Risparmiatore avvisato… il paradosso della trasparenza finanziaria.
(nell’immagine: Pudicizia e Disinganno Cappella San Severo Napoli rielab. AI)
Il percorso della trasparenza dovrebbe passare da ciò che è soltanto visibile a ciò che viene realmente compreso; dal velo che lascia intravedere alla rete che finalmente si scioglie
The Sound of Silence, canzone iconica di Simon e Garfunkel, fu pubblicata nel 1964 in versione acustica, passando quasi inosservata.
Solo l’anno seguente, con un nuovo arrangiamento, il brano ebbe successo. Lo stesso messaggio, detto in un modo diverso, riuscì finalmente ad arrivare.
Al centro della canzone non c’è il silenzio inteso come semplice assenza di suoni, ma una forma più sottile di incomunicabilità. Le persone parlano e ascoltano senza riuscire veramente a comprendersi.
Il titolo racchiude così un paradosso: il silenzio può fare rumore, la comunicazione esiste formalmente ma non riesce a raggiungere il suo destinatario.
Qualcosa di simile può accadere nella finanza.
Il mondo bancario e finanziario non soffre certo di mancanza di informazioni. Prima di aprire un conto, sottoscrivere un mutuo o investire i propri risparmi, il cliente riceve documenti e spiegazioni con condizioni economiche, indicatori, avvertenze, questionari e prospetti.
Tutto parla. Eppure, alla fine, ciò che arriva al cliente può assomigliare al silenzio.
Non perché le informazioni manchino, ma perché sono troppo tecniche o semplicemente lontane dal linguaggio di chi dovrebbe utilizzarle.
È il curioso Sound of Silence della trasparenza finanziaria. Tutto viene detto, senza che sia certo che cosa sia stato davvero compreso.
Le informazioni possono assolvere alla propria funzione formale, ma restare comunque una sorta di velo trasparente, che non svela del tutto.
Nel tempo sono stati progressivamente ampliati gli obblighi informativi e rafforzate le tutele. Ma informazione e comprensione spesso non coincidono, anche perché l’offerta degli intermediari si è arricchita di servizi e prodotti più articolati.
E in questo contesto emergono piccoli paradossi.
Prendiamo un caso concreto.
Nel documento con le informazioni chiave di un fondo comune di investimento distribuito da una banca di un importante gruppo internazionale, il potenziale investitore al dettaglio viene descritto in questi termini:
“Questo Prodotto è stato concepito per gli investitori che non hanno né competenze finanziarie né conoscenze specifiche per comprendere il Prodotto, ma che possono comunque sopportare una perdita totale di capitale[…] adatto ai clienti che intendono accrescere il capitale.”
La frase, letta senza il filtro del linguaggio regolamentare, appare piuttosto sorprendente.
Ricorda un po’ una scena di Miseria e Nobiltà, il film con Totò nei panni di uno scrivano pubblico.
Il protagonista scopre con soddisfazione che il suo cliente non sa né leggere né scrivere. Addirittura se ne complimenta perché ha bisogno di lui.
Un documento ufficiale può arrivare a dire che un fondo è concepito anche per investitori che non hanno competenze per comprendere l’investimento, purché siano in grado di sopportare una perdita totale del capitale.
Tecnicamente le due cose appartengono a piani diversi. Ma un risparmiatore potrebbe chiedersi: se non ho le conoscenze per comprenderlo, in base a cosa dovrei decidere di comprarlo?
Naturalmente delegare a un gestore attività per le quali non si hanno le competenze è il motivo per cui si fa questa scelta.
Ma delegare la gestione non significa delegare anche la piena comprensione della scelta.
Questo accade di norma quando un medico prescrive un farmaco a un paziente che non sa distinguerne il meccanismo d’azione da quello di un altro.
Ma nella finanza c’è una differenza importante: non esiste una terapia necessaria né normalmente un unico prodotto da acquistare. Esistono alternative, compresa quella di scegliere strumenti più semplici. Per questo la delega all’esperto non dovrebbe sostituire la comprensione della scelta: dovrebbe renderla possibile.
Il cliente non deve sapere come è costruito il motore. Ma deve sapere se gli serve proprio quella macchina, quanto costa e perché la preferisce a un’altra.
Insomma non bisogna capire tutto della finanza. Ma abbastanza da sapere perché quel prodotto serve proprio a te, questo sì.
Scorrendo poi la documentazione di altri prodotti finanziari destinati a clienti con conoscenze “medie” — categoria nella quale non è facile capire chi debba riconoscersi — può capitare di trovare un’altra avvertenza che può sembrare anch’essa un po’ paradossale:
«State per acquistare un prodotto che non è semplice e può essere di difficile comprensione».
Una specie di confessione preventiva, verrebbe da dire.
Naturalmente se il prodotto presenta caratteristiche difficili da comprendere, il cliente deve esserne informato.
Il meccanismo ricorda, con tutte le differenze del caso, quello delle avvertenze sui pacchetti di sigarette. Esse rendono visibile un rischio che potrebbe essere sottovalutato.
È risaputo che le sigarette sono dannose per chiunque.
Un prodotto finanziario non è “nocivo” in sé. Può essere più o meno adatto anche in relazione alla capacità dell’acquirente di comprenderne caratteristiche e rischi.
Quelle scritte hanno una funzione precisa: richiamare l’attenzione sulle possibili conseguenze della scelta. Ma ciò non garantisce che il comportamento cambi. Possono essere percepite come elementi quasi ordinari della confezione.
Leggere che un prodotto «non è semplice» è una cosa. Capire che cosa lo renda complicato e da cosa dipenda il risultato finale è tutt’altra cosa. Molti clienti si rivolgono alla banca o al consulente perché non hanno il tempo, gli strumenti o le competenze per investire da soli.
E qui emerge l’aspetto paradossale. Chi ha più bisogno del consiglio professionale è spesso anche chi dispone di minori strumenti per valutare criticamente i consigli ricevuti.
Se l’obiettivo ultimo è consentire una scelta consapevole e non soltanto fornire informazioni, perché non proporre una soluzione equivalente? Magari meno costosa o più facilmente comprensibile che avrebbe soddisfatto altrettanto bene, se non meglio, le esigenze del cliente?
E che il problema della comprensibilità non sia teorico lo mostrano le stesse autorità europee, che continuano a lavorare sulla riduzione del sovraccarico informativo e sulla maggiore efficacia delle informazioni destinate agli investitori retail.
Altrimenti si rischia un vero Sound of Silence: tutto è stato detto, scritto e firmato. Tutto è visibile. Ma quanto di ciò che conta è stato davvero compreso?



